Come poche altre città al mondo Bologna ha l'industria ben ancorata al suo DNA e alla sua cultura.

di Jacopo Ibello

A differenza delle altre grandi città italiane, Bologna nella sua storia non è mai stata capitale di uno Stato o sede di una signoria. Il massimo di importanza politica avuta è stato “seconda città dello Stato della Chiesa”, il che non gli ha certo impedito di essere teatro di avvenimenti

cruciali come l’incoronazione imperiale di Carlo V. Certo è che nei libri di storia Bologna non ha la considerazione che altri centri, anche di dimensioni minori, invece hanno e ancora oggi per molti italiani e stranieri rimane un luogo poco conosciuto, dove studiare, lavorare, cambiare autostrada o treno ma raramente una città da scoprire. D’altronde il ruolo storico spesso di secondo piano fa sì che il suo patrimonio artistico (anche se in gran parte sconosciuto e sottovalutato), che spesso viene additato come principale motivo di scelta di una destinazione, non sia esattamente al livello di altre big italiane. Qual è allora l’origine della comunque incontestabile ricchezza di Bologna?

Se siete su questo sito ovviamente conoscete già la risposta. Come poche altre città al mondo Bologna ha l’industria ben ancorata al suo DNA e alla sua cultura: questo è dovuto al fatto che l’identità manifatturiera locale si è forgiata ben prima delle rivoluzioni industriali tradizionali, durante il boom rinascimentale della seta di cui la città felsinea era la capitale europea. Questo slancio traeva origine dalla complessa rete di canali creata dai bolognesi a partire dal Medioevo per supplire all’assenza di un importante corso d’acqua naturale. Così furono captate e convogliate verso la città le acque dei fiumi Reno e Savena attraverso due imponenti chiuse a Casalecchio e San Ruffillo.

La Chiusa di Casalecchio, in particolare, è un’opera di altissimo spessore tecnico ma purtroppo non da tutti conosciuta: è giusto partire da qui per il viaggio attraverso il patrimonio industriale bolognese, poiché da qui nasce il Canale di Reno, la spina dorsale della rete idraulica. Anche se l’aspetto attuale lo si deve a vari lavori di rafforzamento fatti tra il Trecento e Seicento, i primi sbarramenti risalgono attorno all’anno Mille e fanno della Chiusa la più antica opera idraulica del mondo ancora in funzione. Sì perché anche se i canali bolognesi sono pressoché spariti dalla vista dei cittadini, essi svolgono ancora un prezioso lavoro di governo delle acque per proteggere Bologna da piene e allagamenti. La Chiusa di Casalecchio si presenta oggi ancora imponente, coi suoi muraglioni che sembrano proteggere l’acqua come una delle ricchezze della città.

Da qui è possibile seguire il percorso del Canale di Reno verso il centro di Bologna, accompagnandolo a piedi o in bici lungo la pista ricavata dalla vecchia tranvia che collegava Bologna a Casalecchio. Il primo tratto è decisamente suggestivo, con il canale che sale e si allontana dal fiume, puntellato nei primo tratto dagli antichi paraporti. Particolarmente affascinante il laghetto formato da uno di questi nei pressi di via Porrettana, nascosto tra gli alberi, un ambiente che sembra calato direttamente da una foresta di montagna.

Il Canale di Reno si incunea tra gli isolati di Casalecchio e giunge al salto della Canonica.

Qui passato e futuro delle acque bolognesi si incontrano: grazie alla presenza del dislivello, quest’area risultò per secoli favorevole alla presenza di ruote idrauliche e quindi di opifici di vario genere. Oggi non si vede quasi più nulla se non una piccola traccia del grandioso canapificio industriale impiantato qui nel 1842 e in seguito rilevato dal gruppo del Linificio e Canapificio Nazionale. Era uno dei più grandi stabilimenti del settore in Italia, ma finì distrutto dalle bombe della II Guerra Mondiale insieme a gran parte del borgo di Casalecchio.

Da pochi anni si è deciso di ripristinare l’utilizzo produttivo del salto idraulico con l’apertura di una centrale idroelettrica, che tra l’altro al suo interno espone spaccati di alternatori, turbine e altri macchinari elettrotecnici. Gli antichi salti idraulici ritrovano dunque un utilizzo industriale col rilancio delle vie d’acqua come fonti di energia rinnovabile, una tendenza ormai ampiamente diffusa in presenza di questo tipo di infrastrutture. Grazie al suo fitto tessuto di canali Bologna potrebbe rappresentare un punto di riferimento tra le cosiddette “città d’acqua” per la produzione di energia idroelettrica.

Il Canale di Reno continua la sua marcia verso la città storica, entrandoci attraverso quello che viene chiamato “Opificio della Grada”. Si tratta di un antico edificio industriale, nato come pellacaneria (conceria) alla fine del Seicento, posto vicino alla grata d’ingresso del canale nelle mura. Terminato da decenni il suo uso industriale (da segnalare dal 1899 al 1926 l’installazione di un gruppo di turbine a opera dell’Istituto Ortopedico Rizzoli per il funzionamento della prima sala a raggi X) oggi ospita la sede dei Consorzi dei Canali di Reno e Savena. Rimane comunque operativa la funzione storica di regolazione delle acque attraverso le antiche paratoie ancora attive; all’interno del complesso è possibile vedere una ricostruzione funzionante della grande ruota a pale in legno che movimentava la pellacaneria e le altre attività qui insediate.

Si entra a questo punto nel centro storico, una parte spesso tralasciata dagli appassionati di industria ma che invece a Bologna riserva diverse sorprese. Qui nel Rinascimento, lungo la fitta rete di canali, c’era la più alta concentrazione di ruote idrauliche d’Europa, che mettevano in movimento decine e decine di mulini da grano e da seta. Quest’ultima rappresentò per secoli la principale fonte di ricchezza per la città grazie a una prodigiosa invenzione: il filatoio bolognese, un complesso macchinario completamente automatico per la produzione di filati di seta. Si trattava di una vera e propria meraviglia della tecnologia, che eliminava quasi del tutto la presenza dell’uomo per il suo funzionamento, garantendo bassi costi di lavorazione ma allo stesso tempo un’ottima qualità del prodotto finale.

L’industria della seta bolognese divenne quindi un esempio di meccanizzazione del lavoro ante litteram, 400 anni prima della nascita dei primi stabilimenti tessili inglesi alimentati a vapore. Non c’è l’aspetto solo tecnologico a fare della Bologna rinascimentale una società pre-industriale: in questo business erano impiegate migliaia di persone e l’economia della città si reggeva in gran parte sul successo dei tessuti sui mercati internazionali. La loro elevata qualità ne faceva un prodotto ambitissimo dalle classi agiate di mezza Europa: dall’antico porto di Bologna, situato lungo il Canale di Reno, le imbarcazioni cariche di sete lavorate prendevano il Canale Navile che collegava la città al Reno e quindi al Po, in direzione Venezia. Qui, nel più importante porto commerciale dell’epoca le sete bolognesi venivano smerciate verso il Nord Europa piuttosto che il Vicino Oriente. Il successo di questo export fece di Bologna una città ricchissima nonostante non fosse capitale di uno Stato o sede di una prestigiosa corte.

Il perdurare di questa età d’oro (o meglio, età della seta) era garantito dall’assoluta segretezza riguardo il filatoio. Non esistevano progetti e disegni, la sua costruzione si tramandava di generazione in generazione e rivelare i segreti della tecnologia poteva costare la vita. Questa macchina non era stata inventata dai bolognesi che a loro volta l’avevano appresa dai lucchesi nel ‘300. Nonostante gli immani sforzi a qualcuno riuscì a carpire il know-how e a far arrivare il macchinario in quelli che sarebbero diventati i bastioni dell’industria serica europea nei secoli a venire: Como, il Piemonte ma soprattutto Lione, che già era concorrente di Bologna e che sarebbe stata riconosciuta come l’indiscussa capitale mondiale della seta.

A partire dal Settecento si registrò dunque un declino verticale del settore tessile bolognese che cento anni dopo sarebbe quasi del tutto sparito. La città si impoverì notevolmente tanto che l’economista inglese David Ricardo, di passaggio a Bologna a inizio ‘800, si meravigliò della quantità di senzatetto e mendicanti in giro per le strade. La fine dell’industria serica causò anche il lento oblio delle vie d’acqua, con la sparizione prima delle ruote idrauliche e poi il progressivo abbandono e degrado dei canali. L’area del porto divenne una delle più malfamate della città, una condizione che è rimasta fino agli anni recenti. Soltanto il Navile, esterno alla cinta muraria, rimase attivo come via di comunicazione e forza motrice di diverse attività che si insediarono lungo il suo corso fino alla prima metà del ‘900. Oggi non sono molte le tracce visibili di tutto questo sistema che resse Bologna per almeno quattro secoli. Nessun filatoio è sopravvissuto: è possibile vederne una riproduzione in scala 1:2 al Museo del Patrimonio Industriale, se invece se ne vuole vedere uno a grandezza naturale bisogna andare fino in Piemonte a visitare il bellissimo Setificio di Caraglio dove è conservato un meccanismo bolognese originale. Una targa in via Castellata ricorda l’installazione qui del primo filatoio da seta nel 1341. Nel centro città gran parte dei canali è stata tombata ed essi continuano a scorrere sotto le strade, visibili solo in alcuni punti: rinomati sono gli affacci di via Oberdan e via Piella sul Canale delle Moline, dove si trovavano una volta numerosi mulini da grano. È possibile percorrere un breve tratto durante la manutenzione annuale dei canali grazie alle visite guidate organizzate dall’associazione Amici delle Acque / Bologna Sotterranea. Infine nel Museo della Storia di Bologna esiste una sala dedicata alla città delle acque con una suggestiva installazione che immerge letteralmente il visitatore negli antichi canali.

Finita l’epoca della seta la rete dei canali divenne, a partire dal ‘800, motore delle prime industrie che si insediarono nel centro storico. Come il grande lanificio aperto sul Canale di Reno da Filippo Manservisi nel 1854 che impiegò fino a 600 operai ma che fu costretto a chiudere definitivamente nel 1875 dopo due violente piene che distrussero le ruote idrauliche e allagarono i locali. Il complesso, situato in via del Pallone, esiste ancora oggi e ospita la sede della Telecom.

Oppure la Reale Manifattura dei Tabacchi di via Riva Reno: fondata nel 1801 all’interno di un ex convento, questa grande fabbrica utilizzava le acque che alimentavano il porto cittadino e vi lavoravano già nell’Ottocento oltre 1100 persone, tra cui moltissime donne. Oggi resta soltanto la bellissima facciata liberty costruita nel 1906, dove è alloggiata la Cineteca di Bologna, un’importante istituzione culturale votata alla valorizzazione della cultura cinematografica, con al suo interno laboratori di restauro di film, biblioteca e museo dedicato.

Siamo nella cosiddetta “Manifattura delle Arti”, un grande complesso culturale nato negli scorsi anni per rivitalizzare l’antico porto cittadino. Al tramonto della seta bolognese questa zona, grazie alla cospicua presenza d’acqua, si riconvertì nella prima zona industriale della città. Oltre alla già citata Manifattura Tabacchi qui si insediarono il macello comunale, mulini, cartiere, magazzini, depositi e tante altre attività che sfruttarono la forza idraulica. Divenne ben presto una sorta di periferia nel centro, il cui degrado fu accentuato notevolmente con la chiusura e l’abbandono delle fabbriche già a partire dal primo Novecento.

A partire dal 2003, seguendo il progetto dell’architetto Aldo Rossi, nel corso degli anni vari pezzi di questo quartiere sono stati restituiti alla città, dando vita a uno dei più grandi distretti culturali d’Europa. Tra gli edifici industriali recuperati sono degni di nota:

  • Il macello che oggi ospita il Cinema Lumière;
  • L’ex Forno del Pane aperto nel 1917 dal sindaco Zanardi per supplire ai problemi alimentari dei poveri durante la Grande Guerra, oggi sede del Mambo, il Museo di Arte Moderna;
  • L’antica Salara, l’unico edificio rimasto dell’antico porto dove, come si intuisce dal nome, veniva immagazzinato il sale che arrivava a Bologna. Oggi ospita il circolo Arcigay;
  • La Cartiera Molino Tamburi, recuperata come sede universitaria e situata in via Azzo Gardino dove una volta scorreva il canale Cavaticcio. Di fronte ci sono le antiche case operaie che ora ospitano residenze pubbliche;
  • Il Cavaticcio, che alimentava il porto, è interamente tombato e lo specchio d’acqua che si vede di fronte al macello è solo una creazione artificiale che richiama la sua memoria. La sua funzione produttiva non si è però esaurita: nel 1994 è stata inaugurata una centrale idroelettrica che sfrutta l’imponente salto di oltre 14 m che il canale effettua sotto via Azzo Gardino.

Poco più in là del porto, alla cosiddetta Bova, il Canale di Reno incontra il Canale di Savena per dare origina all’ultima via d’acqua di Bologna: il Navile. Questo canale ricongiunge la città al fiume Reno, che all’epoca confluiva nel Po: rappresentava quindi la via di comunicazione che permetteva alle merci bolognesi di raggiungere Venezia e poi i mercati di tutta Europa. Ma non solo merci: fino al secondo Dopoguerra il Navile fu utilizzato dalle popolazioni della pianura per raggiungere Bologna, dato che il suo ingegnoso sistema di chiuse (i “sostegni”) permetteva infatti la navigazione anche controcorrente.

I sostegni sono posti in corrispondenza dei vari salti del Navile e non a caso intorno a essi si svilupparono diversi insediamenti produttivi che traevano energia dalla forza delle cascate. Lungo il canale è infatti di pieno di resti non solo delle chiuse, ma anche di mulini, cartiere, fornaci e centrali elettriche: un vero e proprio parco di archeologia industriale. La concentrazione più alta si ha presso il salto più grande, situato al Battiferro: qui sin dal Medioevo si insediò una piccola zona industriale, come recita anche il nome che indica la probabile presenza di attività metallurgiche.

Il Battiferro di oggi si presenta come un’area ancora in transizione dal punto di vista ambientale, ma con un paesaggio industriale tra i più caratteristici. In mezzo al canale si trova l’imponente struttura del sostegno, il cui imponente aspetto architettonico sottolinea il suo ruolo di primo piano del Battiferro tra le chiuse del Navile. Viene ancora utilizzato per regolare le acque e sull’isolotto, all’interno di un deposito recuperato, si trova il centro culturale “Battiferro finché caldo” gestito dall’associazione Vitruvio, molto popolare soprattutto in primavera ed estate e grazie al quale il Battiferro, soprattutto la sera quando è isolato e al buio, si rianima.

Tutt’intorno al sostegno ci sono importanti presenze di archeologia industriale. La più nota è sicuramente la grande Fornace Galotti che ospita il Museo del Patrimonio Industriale. Lo stabilimento del Battiferro era parte dell’ “impero del mattone” messo in piedi dai Galotti, industriali imolesi delle fornaci, durante l’Ottocento e che comprendeva diversi impianti tra Bologna e provincia. Qui ce n’erano due: uno, di cui restano solo le rovine del forno, si trova oltre il Navile all’interno del nuovo complesso universitario, mentre l’altro è stato recuperato appunto a scopo museale.

Il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna è stato il primo del suo genere in Italia e narra l’evoluzione industriale di Bologna dall’epoca della seta fino al moderno distretto metalmeccanico. Particolarmente suggestivo è il forno Hoffmann al cui interno si trova la collezione degli strumenti dell’Istituto Tecnico Aldini Valeriani: è proprio partendo dalla grande quantità di materiale didattico che questa prestigiosa scuola industriale di Bologna, da cui sono nate generazioni di grandi imprenditori di successo, aveva accumulato nel corso di oltre 100 anni di attività che si decise di realizzare il museo.

Questo rappresenta il punto di congiunzione tra la Bologna delle acque e la Bologna industriale contemporanea. In mezzo c’è la storia di uno scienziato e di un economista, Giovanni Aldini e Luigi Valeriani, che a inizio Ottocento unirono i loro sforzi per trasmettere alla città l’importanza degli studi tecnici e scientifici per agganciare il progresso che era già in corso in tutta Europa. Dopo la morte i loro lasciti furono usati per aprire una scuola professionale, il moderno Istituto Tecnico Aldini Valeriani, da cui venne forgiata una nuova generazione di imprenditori che diede vita al “Made in Bologna” con cui la città viene identificata ancora oggi in tutto il mondo.

Le pregiate sete rinascimentali lasciarono il posto a motociclette, automobili sportive e soprattutto alle macchine automatiche: simbolo odierno del distretto industriale bolognese, denominato Packaging Valley proprio per l’altissima concentrazione di aziende produttrici di macchine per il confezionamento, sono da considerare come le eredi ideali di quei filatoi meccanici che resero ricca la città a partire dal ‘300. Il Museo del Patrimonio Industriale raccoglie le storie e i prodotti di queste aziende e degli uomini che le hanno rese grandi con la loro inventiva e la loro capacità imprenditoriale.

Oltre al museo ci sono altri luoghi in città e provincia che raccontano questa storia. A cominciare dallo Stabilimento Gazzoni nel quartiere San Donato: qui nacque la Packaging Valley quando nel 1924 l’azienda chiese all’ACMA, un’importante industria meccanica bolognese, di realizzare una macchina che confezionasse automaticamente l’Idrolitina, una polvere che serviva a rendere frizzante l’acqua rimasta nell’immaginario collettivo di molti italiani. Dall’ACMA passarono tutti i protagonisti del dopoguerra industriale bolognese: Carpigiani, Seragnoli (GD), Romagnoli (IMA) e molti altri. Alcune di queste aziende oggi hanno cominciato a valorizzare il proprio passato attraverso musei come il Gelato Museum della Carpigiani, che racconta la storia del più grande produttore al mondo di macchine per gelato artigianale, oppure il MAST del gruppo Coesia, la principale holding mondiale nel settore del packaging. Anche la Fabbri, produttrice della famosa “Amarena”, sta valutando l’apertura di un museo aziendale presso la sede storica di Borgo Panigale.

All’altezza della chiusa si scorgono altri due stabilimenti: da un lato spuntano dalla vegetazione i resti di un antico edificio, sorto come pila da riso e poi trasformato in cartiera dalla famiglia Bardi nel ‘500, dall’altro si trova la Centrale del Battiferro.

Quest’ultima è rimasta ormai l’unica archeologia industriale di Bologna il cui futuro è attualmente ignoto. Si tratta di un edificio molto importante per la storia cittadina, poiché nel 1900 fu la prima grande centrale elettrica della città felsinea, in grado di fornire energia per uso domestico, l’illuminazione, i trasporti pubblici e l’industria. Per l’epoca era un complesso tecnologicamente all’avanguardia, poiché univa un gruppo idroelettrico che sfruttava il salto del Navile al Battiferro con uno termoelettrico che si affiancava al primo durante i periodi di scarsità idrica. La centrale fu disattivata nel 1961 e dismessa negli anni ’80.

Due tentativi di recupero a opera dell’Università di Bologna sono falliti nei primi anni 2000 e ad oggi resta in stato di avanzato degrado: nel 2015, a causa di alcuni cedimenti, si è proceduto alla demolizione della ciminiera, che rappresentava un punto di riferimento nel paesaggio locale. Nonostante la grave situazione ambientale, al suo interno è ancora presente, tra gli altri, il gruppo idroelettrico formato dalla turbina e da un bellissimo alternatore Ganz di inizio ‘900. Save Industrial Heritage, insieme ad altre organizzazioni e personalità bolognesi, è impegnata da qualche anno in una campagna per la salvaguardia di questo importante patrimonio storico industriale. Vedi Centrale del Battiferro.

Proseguendo lungo il Navile si trovano numerose tracce della vita che scorreva lungo questo antico canale, in contrasto netto con la desolazione degli ultimi anni. Importanti progetti urbanistici, soprattutto nella zona del Battiferro, proveranno a invertire la tendenza, ma la riqualificazione di tutto il corso resta un’opera molto complessa. A Corticella vi sono ancora i resti del porto, una stazione importante sulla rotta commerciale per Bologna: qui si scaricavano le merci che avrebbero poi proseguito lungo la “salita” dei sostegni.

Continuando fuori città si incontrano due industrie di spicco della storia bolognese, che traevano energia proprio dal Navile. A Castel Maggiore si trova la GEA Technofrigo Dall’Orto, azienda fondata nel 1853 come officina meccanica e portata alla ribalta internazionale da Gaetano Barbieri a partire dal 1876 soprattutto per la produzione di impianti frigoriferi, attività che prosegue ancora oggi.

Più a nord, a Bentivoglio, si trova invece il Mulino Pizzardi: si tratta di uno stabilimento antichissimo, originario del tardo Medioevo e che fu anche di proprietà della famiglia Bentivoglio insieme al vicino castello. Di proprietà dei Pizzardi dal XIX secolo, il mulino conserva miracolosamente quasi tutti i suoi macchinari nonostante oltre 30 anni di abbandono. Grazie all’opera degli Amici delle Acque oggi è possibile visitare questo vero e proprio scrigno di archeologia industriale.

La seconda rivoluzione industriale di Bologna si svolse in gran parte nella zona a nord della stazione. Qui a inizio Novecento nacque una nuova parte di città, pensata per accogliere le migliaia di operai della “incipiente Manchester”: proprio così definirono i pianificatori del Comune la nuova espansione verso nord della città, delineando già dalle carte quale sarebbe stato il carattere della Bolognina. Una piccola Bologna con un corso centrale porticato che termina in una grande piazza, specchio della città storica, e tutt’intorno fabbriche e case popolari per operai.

Ormai non era più l’acqua il motore dell’industria. La macchina a vapore sostituiva la ruota idraulica, la ferrovia i canali. Quest’ultima era diventata la calamita dei nuovi insediamenti industriali, oltre a diventare lei stessa una fabbrica. La posizione di Bologna faceva sì che la sua stazione, aperta nel 1859, divenisse un nodo fondamentale della rete ferroviaria italiana, dove erano presenti grandi impianti per il deposito e la manutenzione dei rotabili. Migliaia di persone erano e sono ancora impiegate nelle ferrovie a Bologna: fu proprio questa la prima grande popolazione della Bolognina che affollava le case popolari costruite immediatamente a nord della stazione.

Gli operai arrivarono successivamente poiché il magnifico sviluppo industriale prospettato dai politici stentava e si sarebbe avviato pienamente solo col boom del Dopoguerra. Gran parte delle grandi fabbriche si concentrò nella zona di Casaralta, lungo una ferrovia che collegava lo Zuccherificio di Bologna (di cui resta una grande ciminiera bianca e rossa in zona stazione) ai campi di barbabietole in pianura. In quell’’area esisteva già da fine Ottocento un grande stabilimento militare, che produceva oltre ai pezzi d’artiglieria anche particolari generi alimentari per le truppe come dadi da brodo e carne in scatola. Oggi l’enorme area, nota come Caserma Sani, ha appena iniziato un lento processo di trasformazione che la renderà, speriamo, fruibile per la comunità. Il grande complesso resta ancora nascosto dietro le sue mura: oltre a diversi edifici ottocenteschi che dovrebbero essere tutelati durante le operazioni di recupero, si sta lavorando anche alla manutenzione delle aree verdi grazie all’’opera dell’associazione “Casaralta che si muove”, che si occupa non solo di piccoli ma necessari lavori di cura e manutenzione del quartiere, ma anche della raccolta delle memorie operaie dei tantissimi ex operai delle fabbriche locali.

L’esercito giocava un ruolo chiave nella società e nell’economia bolognese a cavallo dei due secoli: vi erano estese aree militari sparse in tutta la città, molte delle quali oggi dismesse, a testimoniare l’importanza strategica che Bologna ha per l’Italia. Alcuni di questi complessi avevano anche compiti produttivi, come il già citato Stabilimento Militare di Casaralta e anche quello noto oggi col nome di STAVECO. Quest’ultimo nacque nel 1880 a ridosso dei colli come “Laboratorio Pirotecnico Militare” ed era la più grande fabbrica della città prima e durante la I Guerra Mondiale, specializzata nella produzione di esplosivi e nel confezionamento delle munizioni. In seguito l’impianto fu utilizzato per la manutenzione per i mezzi militari (da qui il nome STAbilimento VEicoli COrazzati) e dismesso negli anni ’80. Oggi è in corso un importante processo di riqualificazione che lo trasformerà in uno dei nuovi campus dell’Università.

Lungo le mura (oggi i viali di circonvallazione) si stabilirono a fine ‘800 numerose attività industriali. Oltre alla STAVECO testimoniano quest’epoca la fabbrica di salumi Zappoli a Porta San Felice e le Officine del Gas a Porta Mascarella.

Queste ultime rappresentarono un passo importante per la modernizzazione della città, sia perché garantirono un’illuminazione sicura e diffusa per la città, sia perché con la loro municipalizzazione del 1900 (la prima della storia d’Italia) si stabilì un modello di fruizione dei servizi pubblici oggi diffuso ovunque. Simbolo orgoglioso di questo progresso è il possente Palazzo del Gas che si erge in stile fascista tra via Marconi e via Lame, riccamente decorato all’’interno e adornato all’esterno con fregi che raccontano il processo industriale del gas. L’imponente gasometro MAN del 1927, ultimo superstite di quell’’era, fa ormai parte dello skyline bolognese insieme alle torri e ai campanili: purtroppo non è ancora bonificato e non può essere sfruttato, per esempio, a fini espositivi come alcuni suoi “colleghi” in giro per l’Europa.

I servizi come il gas e l’elettricità erano il simbolo della modernità portata dall’’industrializzazione. Il paesaggio urbano si trasformò radicalmente: la città dei canali venne rapidamente sotterrata dalle macchine a vapore, dalle ciminiere, dai lampioni a gas, dai tram e dai treni. Tornando nella Bolognina troviamo il primo deposito dei tram, in un’area detta “Zucca”: la città ha degnamente recuperato quest’area abbandonata per decenni dopo la chiusura del servizio tranviario nel 1963. il deposito della Zucca nacque nel 1880 con l’inaugurazione dei tramways a cavalli, che nel 1904 divennero elettrici. Il bel palazzo con la grande insegna “TRAMVIE BOLOGNA”, i binari a terra e alcuni capannoni superstiti ricordano l’epoca di un mezzo spesso rimpianto dai bolognesi. All’interno di queste strutture recuperate si trova uno dei musei più nascosti, ma anche tra i più suggestivi di Bologna: qui è infatti conservato il DC-9 protagonista del disastro aereo di Ustica, utilizzato non solo come semplice un monumento ai caduti ma anche come protagonista di una bellissima quanto toccante installazione artistica.

Trasporto pubblico protagonista di un altro importante museo, purtroppo da anni non più visitabile. Nel corso della sua lunga storia la società bolognese di trasporti (oggi nota come TPER) ha accumulato una grande collezione di mezzi di vario tipo, dagli autobus ai tram, alle locomotive e ai vagoni. Questi sono alloggiati presso la rimessa della tramvia per Malalbergo, nel punto in cui esce dalla stazione per entrare in Bolognina. Purtroppo questo museo da diversi anni è chiuso a causa di cedimenti della struttura e non è prevista a breve la sua riapertura: restano soltanto delle immagini e dei video su internet.

È possibile oggi seguire il percorso della tranvia Bologna-Malalbergo poiché il tracciato è diventato una lunga pista ciclopedonale che è anche una passeggiata archeologico-industriale tra street-art e fabbriche dismesse, recuperate o in attesa di un futuro. È un viaggio attraverso un ex quartiere operaio in trasformazione, senza però un’ambizione precisa. Lungo il percorso si incrociano le Officine Minganti, un centro commerciale ricavato dentro l’omonima fabbrica: la Minganti fu prima e dopo la II Guerra Mondiale una delle punte di diamante del distretto metalmeccanico, fornitrice di macchine utensili per colossi italiani e internazionali. È anche un simbolo dell’emancipazione femminile in Italia, poiché Gilberta Minganti, moglie del fondatore Giuseppe a cui era succeduta dopo la morte, fu la prima donna a essere nominata Cavaliere nel 1964. Nello stesso periodo promosse un notevole ampliamento della fabbrica, i cui imponenti shed sono un grandioso esempio di architettura industriale degli anni ’60. Oggi purtroppo il centro commerciale non gode dello stesso successo: nato nel 2006 per dare una spinta all’economia del quartiere, si ritrova oggi con la gran parte degli spazi chiusi. Al suo interno è possibile vedere diverse macchine prodotte dalla Minganti nei suoi anni d’oro.

Proseguendo lungo l’antica tranvia si giunge al già citato Stabilimento Militare di Casaralta, a cui già si è accennato sopra. Immediatamente si trovano i resti di quella che fu una delle più gloriose industrie bolognesi: la Casaralta. Questa grande fabbrica ferroviaria si identificava nel territorio da cui prendeva il nome tanto quanto quest’ultimo si rifletteva in essa. La sua storia fu travagliata dall’’inizio alla fine, dal punto di vista aziendale, sindacale e anche politico. La Casaralta nacque sulle ceneri di una ditta, le Officine Nobili, fondata nel 1866 e chiusa 40 anni dopo: nonostante non abbia fatto in tempo nemmeno a vedere la Grande Guerra, la fabbrica di Clemente Nobili è considerata tra le aziende italiane pioniere nel settore ferrotranviario: qui furono prodotti i primi tram di Bologna ma anche mezzi per le città di Roma, dove fu aperto un secondo stabilimento, e persino Atene.

Dopo il 1906 la Nobili entrò nell’’orbita delle Reggiane finché nel 1915, nella stessa area, fu aperta la SIGMA, una ditta fornitrice del Laboratorio Pirotecnico, utilizzata dai suoi soci semplicemente per arricchimento personale grazie all’economia di guerra, attraverso dilazioni delle consegne e altre manovre. A dimostrazione dei fini poco industriali l’impresa fu liquidata a conflitto terminato. Qui cominciò la terza fase: Carlo Regazzoni e Cesare Donati fondarono le Officine di Casaralta, specializzate nella costruzione e manutenzione di materiale ferrotranviario, ritornando quindi al business originario. Nonostante la nuova società divenne protagonista sia in Italia che all’estero, tra i principali fornitori di carrozze e locomotori per le Ferrovie dello Stato, ebbe una vita travagliata tra liquidazioni, scioperi e licenziamenti. Un ruolo negativo lo ebbe l’eternit, utilizzato nella coibentazione delle carrozze e causa di numerosi tumori tra le maestranze: gli ultimi 20 anni di attività della Casaralta furono segnati da numerose lotte operaie sia per il problema dell’amianto che per i continui esuberi. Tra le realizzazioni di successo ci furono le locomotive E.444 (le “Tartarughe” in servizio ancora oggi) ed E.404, le motrici dei primi treni Alta Velocità ETR 500, oltre a tram e metropolitane per diverse città italiane ed europee. La Casaralta fu chiusa definitivamente nel 1998 lasciandosi dietro una scia di processi per le morti da amianto, come del resto un’altra fabbrica ferroviaria bolognese, le Officine Grandi Riparazioni. Per i grandi capannoni abbandonati non è previsto il recupero nonostante l’importanza per la storia industriale della città.

 

Foto di Giovanni Gualandi – Officine Italiane Innovazione www.officineinnovazione.it

Camminando ancora lungo la tranvia si arriva all’ultima fabbrica della Bolognina, la più bella. Anzi, una delle più belle d’Italia. La Manifattura Tabacchi è uno dei maggiori pregi dell’architettura industriale italiana, soprattutto nel Dopoguerra, quando le fabbriche cominciano a perdere inesorabilmente qualsiasi valore estetico. Nel complesso, costruito in dieci anni tra il 1949 e il 1959 e composto da diversi stabilimenti, l’ingegner Pier Luigi Nervi, maestro italiano del cemento armato, la monumentalità tipica delle grandi strutture produttive della rivoluzione industriale sposa perfettamente l’estetica funzionale che cominciò a diffondersi dagli anni ’50.

Ogni edificio rispecchia pienamente questa filosofia: dal’’imponente deposito delle ballette di tabacco che si erge come un mastio al di sopra di tutto al paraboloide dove era immagazzinato il sale. Se la centrale termica colpisce per la sua semplice eleganza, i colossali capannoni del deposito botti lasciano esterrefatti per la loro grandiosità e perfezione costruttiva. Al di là degli aspetti estetici però non bisogna dimenticare il valore industriale e sociale della “nuova” Manifattura Tabacchi, sorta per sostituire l’antico stabilimento del porto danneggiato dalla guerra e obsoleto dal punto di vista tecnologico e geografico.

Fino agli anni ’80 vi lavorarono che oltre 1000 dipendenti in quella che appare come una fortezza d’altri tempi circondata da alte mura. E in effetti la fabbrica funzionava un po’ come una comunità autosufficiente per limitare al massimo i contatti con l’esterno: il tabacco era uno dei beni più preziosi in circolazione e le sigarette un ambito oggetto di contrabbando. Entrare e uscire comportava rigide procedure di identificazione e perquisizione, mentre per i dipendenti vennero costruiti all’’interno alloggi, asili, cucine e perfino case popolari.

Chiusa nel 2004 dall’’americana BAT dopo un’aspra battaglia sindacale che aveva visto protagonisti i pochi impiegati ormai rimasti, la Manifattura Tabacchi ha passato gli ultimi anni in completo stato di abbandono. Il vincolo architettonico posto sulla struttura ha sì evitato propositi di demolizione, ma i gravi problemi economici hanno rallentato la riconversione in tecnopolo regionale cosicché vandalismi e spoliazioni non hanno risparmiato l’opera d’arte di Nervi. Recentemente sono iniziati i lavori di trasformazione che porteranno nel prossimo futuro la Manifattura Tabacchi ad affiancare un altro patrimonio industriale emiliano di spicco, le Reggiane, nel ruolo di incubatore del futuro imprenditoriale e scientifico della regione, rispettando in qualche modo la vocazione industriale e tecnologica del luogo.

Bologna è quindi una città che si è resa grande grazie all’’industria ben prima che questa fosse protagonista della società in Italia e altrove, costituendo un esempio straordinario che arricchisce il variegato patrimonio culturale italiano. Una gloria però non appartenente al passato, ma che continua ancora oggi grazie all’’impegno di numerose aziende che si impongono con successo in tutto il mondo come la Ducati di Borgo Panigale, che continua a tenere alto il nome della tecnologia e del design italiano nei mercati mondiali. Fondata nel 1926 per la produzione di apparati elettrotecnici, entrò nell’industria motociclistica nel 1946 con il Cucciolo, un piccolo motore da applicare alle biciclette che si rivelò un successo straordinario. Nei decenni successivi la Ducati si impose sia sul piano sportivo attraverso vittorie nelle più importanti categorie che su quello commerciale, grazie alla continua innovazione tecnologica (il “marchio di fabbrica” del motore desmodromico) e a prodotti indovinati, come il Monster, nato nel 1993. Oggi la Ducati è l’unica superstite della galassia motociclistica bolognese, un distretto industriale che contava decine di aziende (Malaguti, Moto Morini, Italjet solo per citarne alcune) oggi quasi scomparso. L’azienda apre volentieri le sue porte al pubblico: attraverso dei tour guidati è possibile visitare le linee di montaggio delle moto insieme al museo aziendale, uno dei più belli del suo genere grazie all’ambientazione racing data dalla particolare struttura che riproduce un casco. La Ducati è inserita a pieno titolo nel circuito Motor Valley, un percorso di cultura industriale che si snoda in tutta l’Emilia-Romagna volto a valorizzare l’industria motoristica non solo come protagonista economico ma anche come parte integrante del patrimonio culturale regionale.

Il viaggio si conclude in due luoghi che legano il passato, il presente e il futuro della Bologna manifatturiera. Grazie all’opera filantropica dell’industriale Isabella Seragnoli, titolare del gruppo Coesia, è nato nel 2013 il MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia), un luogo dove l’industria favorisce l’incontro tra tecnologia e arte. Potremmo definirlo come la nuova frontiera del museo industriale, che pone Bologna all’avanguardia in questo tipo di cultura. Non ci sono macchine esposte, bensì installazioni con cui interagire e comprendere il funzionamento del packaging, sia giocando a creare i processi produttivi che ascoltando le esperienze dei lavoratori della Coesia. Il MAST non si pone però solo come museo d’impresa ma come centro internazionale di cultura industriale: possiede infatti la più grande collezione al mondo di fotografia industriale con cui realizza mostre temporanee d’autore e ogni due anni organizza “Foto/Industria”, un festival biennale in cui decine di spazi nel centro di Bologna ospitano mostre e installazioni di fotografia industriale.

Il secondo luogo è l’Opificio Golinelli. Sfruttando alcuni capannoni delle ex fonderie SABIEM storico produttore bolognese di ascensori nato nel 1918, l’imprenditore ultranovantenne Marino Golinelli, titolare della multinazionale farmaceutica Alfa Wassermann, ha deciso di aprire un luogo destinato alla valorizzazione della cultura scientifica e alla formazione delle future generazioni.

All’interno si trovano laboratori dotati di strumentazioni molto avanzate (solitamente non disponibili nelle scuole), spazi per giovani dove essere seguiti nella creazione di start-up, auditorium e corsi di aggiornamento per insegnanti. L’iniziativa ha suscitato clamore a livello nazionale, sia per la visione del futuro che rappresenta che per l’operazione di recupero architettonico, in cui una fonderia dismessa diviene una fucina di colori, di futuro e di scienza.

Questo grande patrimonio legato al “saper fare”, appunto all’Arte della Manifattura (volendo capovolgere il concetto espresso nel principale parco culturale, la Manifattura delle Arti) fa di Bologna una città industriale non solo in senso storico, ma proiettata in un futuro in cui l’industria possa giocare un ruolo chiave per il progresso e il benessere dei suoi abitanti.

Luoghi da Visitare: